Metodologia
Come sono costruiti i numeri dell'Osservatorio, e da che parte sbagliano quando sbagliano.
Ultimo aggiornamento: 12/09/2026
Un numero preciso e falso è peggio di un numero dichiarato approssimato. Questa pagina esiste per quella frase, e la difende con i nostri errori: quali sono stati e che cosa abbiamo cambiato dopo.
Le fonti
Tutto arriva da dati pubblici ufficiali. L'elaborazione è nostra, e questa pagina spiega in che cosa consiste.
I dati del Ministero escono con licenza IODL 2.0, che ne consente il riuso anche commerciale citando la fonte.
La regola che decide tutto il resto
Un numero preciso e falso è peggio di un numero dichiarato approssimato.
Un dato sbagliato si comporta esattamente come uno giusto. Non produce un errore, non fa scattare nessun controllo, non lascia una riga in nessun log. Produce una cifra dall'aria plausibile, e chi la legge non ha motivo di dubitarne.
Questo rende inutile qualunque difesa automatica, e obbliga a due scelte che si vedono in tutte le pagine.
Ogni numero risale alla sua fonte con un clic. Nelle tabelle di confronto il valore minimo e quello massimo portano alla pagina della singola classe, con l'elenco dei testi che compongono quel totale e il numero di testi accanto all'importo. Se la classe più economica ne ha sei e la più cara quattordici, la differenza sta nella completezza dell'elenco, e si vede prima di aprire qualsiasi cosa.
Dove il dato manca, la sezione resta spenta e la pagina dichiara perché. Una sezione vuota che spiega il proprio buco vale più di uno scandalo ricostruito a stima.
Tutti gli errori che abbiamo trovato nelle nostre inchieste sono venuti da una persona che ha guardato una riga e si è chiesta se avesse senso. Mille euro di libri per una prima liceo: quello è il segnale. Nessun controllo automatico lo segnala, perché formalmente quella cifra è una somma corretta di numeri corretti.
La definizione di classe
È la scelta più delicata di tutta l'analisi sui libri, e ci è costata il ritiro di una versione della pagina.
Il Ministero identifica la classe con il codice del plesso, cioè la sede fisica. La nostra anagrafica delle scuole usa il codice dell'istituto. In un comprensivo di paese esiste una 3ª A nel capoluogo e una 3ª A nella frazione: stesso istituto, stessa sezione, stesso anno di corso. Tenendo solo il codice dell'istituto, quelle due classi diventano una sola, e i loro libri si sommano.
Il caso che lo ha reso visibile: per la 3ª dell'Istituto Comprensivo «Ittiri Usini», in provincia di Sassari, la nostra pagina mostrava ventisette testi per 535,55 euro. Il Ministero, per quella stessa classe, ne pubblica nove, per 242 euro.
Due volte e mezzo.
La segnalazione è arrivata da una persona che ha aperto la lista vera e ha visto che il conto non tornava. I nostri controlli avevano lasciato passare tutto.
Oggi l'identità di una classe è composta da istituto, plesso, anno scolastico, anno di corso, sezione e indirizzo di studio. Servono tutti e sei. Due 3ª A di plessi diversi tornano a essere due classi, ognuna con i suoi libri.
Il controllo che resta acceso comunque
Per accorgersi di una classe ancora fusa bastano le materie. Una classe reale ha una mediana di un libro per materia: uno di storia, uno di geografia, uno di musica, due di italiano. Nell'elenco di Ittiri la mediana era due, con due libri di religione. Nessuna classe italiana adotta due libri di religione. Dove quel segnale scatta, il totale non viene pubblicato: non in pagina e non nei dati strutturati che finiscono su Google. I singoli titoli restano visibili, perché vengono dall'anagrafica ministeriale e sono reali. È la loro somma a non esistere.
Quali classi entrano nel confronto
Ogni soglia nasce da un'anomalia trovata guardando i dati, e ognuna ha una misura dietro.
Almeno cinque testi con un prezzo. Alcune scuole pubblicano elenchi manifestamente incompleti. A Roma esisteva una prima di liceo classico con un solo testo adottato. Una classe così racconta un elenco compilato a metà, e la sua presenza in un confronto sposta la media verso il basso senza dire perché.
Almeno metà dei testi dichiarati «da acquistare». Il totale somma i soli testi che la famiglia deve comprare, e una prima di classico romana ne aveva quattordici prezzati con soltanto tre da comprare: usciva a 82 euro contro i 363 della sua lista intera.
La soglia del cinquanta per cento è misurata, non scelta a occhio. Sulle prime di liceo classico della stessa città la quota di testi da comprare stava fra il 62,5% e l'87,5%, con mediana intorno al 71%. Il caso anomalo era al 21,4%. Fra 21 e 62 c'è un vuoto, e metà cade dentro quel vuoto: taglia l'anomalo e lascia intatte tutte le classi normali. Misura sui dati MIM delle adozioni 2026/2027.
La scuola primaria esce dai conti sulla spesa delle famiglie. Lì i libri li paga il Comune con la cedola libraria. Una prima elementare adotta in media 3,6 testi per circa 35 euro, e metterla dentro una media su «quanto costa a una famiglia» produrrebbe un numero falso, prima ancora che impreciso.
C'era una seconda ragione, e pesava di più. La soglia dei cinque testi, pensata per la secondaria, alla primaria teneva dentro 2.390 classi su 18.193: il tredici per cento, cioè esattamente le atipiche. Il campione lo sceglieva il filtro invece della realtà.
I confronti si fanno sulle classi prime. È l'anno in cui si compra tutto, mentre gli anni successivi ereditano i volumi pluriennali già posseduti. E il confronto fra scuole si fa a parità di comune, indirizzo e anno di corso, con almeno tre scuole nel gruppo: quelle scuole sono alternative reali per la stessa famiglia, quindi la differenza fra i loro conti resta senza altre spiegazioni.
Una precisazione che cambia la lettura di tutto il resto: la prima elementare, la prima media e la prima superiore hanno un numero di materie incomparabile fra loro. Sommarle in una media produce un numero che non significa niente. Ogni ordine di scuola è contato a parte.
I tetti di spesa
Gli importi massimi sono fissati per decreto e valgono per indirizzo e anno di corso. Li conserviamo come dati e non come costanti scritte nel programma, così restano ispezionabili e correggibili da chi non tocca il codice.
Solo i tetti verificati entrano nel calcolo. Un tetto sbagliato produce l'accusa sbagliata a una scuola con un nome e un dirigente, e questo è un danno diverso da un errore di calcolo. Dove per un indirizzo manca un importo controllato sull'allegato, quelle classi restano senza tetto e vengono elencate fra gli scoperti.
L'abbinamento è per elenco esatto. Il linguaggio del decreto e quello delle adozioni usano parole diverse per la stessa cosa, quindi cercare somiglianze di testo produce disastri in tutte e due le direzioni. Nel nostro primo giro di prova, «BIOTECNOLOGIE SANITARIE» finiva sotto il tetto del professionale socio-sanitario: 992 classi, con un tetto più basso di 68 euro di quello che spettava loro davvero, perché quell'indirizzo è un'articolazione dell'istituto tecnico di chimica. Ogni tetto dichiara adesso la lista esatta degli indirizzi che copre, ed è consultabile voce per voce.
Le bande sono tre. Il decreto consente di superare il tetto entro una tolleranza, con delibera motivata del collegio dei docenti. Chiamare «fuori norma» ogni superamento sarebbe falso, e brucerebbe la credibilità del numero che conta davvero: chi supera oltre la tolleranza ammessa.
I limiti, e da che parte sbagliano
Un limite dichiarato senza dire in che direzione sbaglia serve a poco: chi legge resta senza sapere se il numero è gonfiato o compresso. Qui c'è la direzione di ognuno.
Versione mista e digitale: il formato manca alla fonte
Il decreto abbassa il tetto del 10% per le adozioni in versione mista e del 30% per quelle solo digitali. Il tracciato con cui il Ministero pubblica le adozioni contiene sedici colonne, e il formato non è una di quelle. Il dato manca alla fonte.
Direzione: a una scuola che ha adottato tutto in digitale applichiamo un tetto più alto di quello che le spetterebbe. La trattiamo con più indulgenza del decreto. Il risultato è che una parte degli sforamenti reali resta invisibile ai nostri conti, e nessuno finisce accusato per sbaglio.
Molti titoli scolastici contengono «edizione mista» o «+ ebook», e la tentazione di leggerli c'è. Dedurre il formato da testo libero abbassa il tetto, cioè sposta classi dentro la banda pubblicata con i nomi delle scuole. Lì un falso positivo è un'accusa.
Dove la scuola non compila il campo «da acquistare»
Il totale somma i soli testi marcati da acquistare. Se quel campo resta vuoto, sommare zero farebbe apparire la classe gratis. In quel caso sommiamo tutti i testi con un prezzo, e la pagina dichiara che quel numero è un limite massimo invece di una spesa.
Il reddito del comune resta il reddito del comune
Incrociando la spesa con i redditi comunali si può dire che in quel territorio lo stesso conto pesa di più. Dire che quelle famiglie pagano di più sarebbe un'altra affermazione, e falsa: è la fallacia ecologica, e la teniamo scritta perché è l'errore più facile da commettere riprendendo un dato del genere.
Usiamo il reddito mediano invece della media. A Milano il reddito medio dichiarato è 40.521 euro e quello mediano 24.726: il 4,6% dei contribuenti che sta oltre i 120.000 euro si porta via un terzo del totale e trascina la media verso l'alto. Con la media come denominatore il peso dei libri risulterebbe più leggero proprio dove la disuguaglianza è maggiore. Dati MEF, dichiarazioni IRPEF su base comunale.
Il bacino di una scuola è più largo del suo comune
Alle medie si va a scuola vicino casa, quindi il comune approssima bene il bacino. Alle superiori il liceo sta nel capoluogo e le famiglie arrivano da mezza provincia: per il secondo grado ogni ragionamento territoriale va fatto su base provinciale.
Le proiezioni restano proiezioni
Dove una pagina proietta un andamento a cinque anni, la stima combina regressione lineare, tasso di crescita composto e dinamica recente, e arriva sempre con una banda di confidenza e un indicatore di affidabilità. Dice come andrebbe se le condizioni restassero quelle osservate. Le condizioni della scuola italiana cambiano per decreto.
Quando sbagliamo
L'inchiesta sul caro-libri è stata ritirata dalla pubblicazione l'8 settembre 2026 e rimessa online solo dopo aver ricostruito i dati dall'origine. Lo scriviamo qui perché è l'informazione che serve a chi deve decidere se fidarsi, e quasi nessuna fonte la pubblica.
La prima versione trattava come un'unica classe quelle che erano più classi di plessi e indirizzi diversi. I totali erano gonfiati. Uno di quei totali reggeva il titolo dell'inchiesta: una prima di liceo delle scienze umane a Palermo usciva a 1.081 euro di libri, quando il tetto ministeriale per una prima di liceo sta intorno ai trecento. Diviso tre fa 360, cioè una prima plausibile contata tre volte.
Esiste un interruttore che ritira una pagina in un istante, senza aspettare un aggiornamento del sito. Fra l'accorgersi di un errore e lo spegnerlo, quel tempo è tutto danno.
Riprendere i nostri dati
Testi, cifre, grafici e tabelle sono riproducibili citando «Osservatorio Fides Docet» con il collegamento all'inchiesta da cui vengono. I dati di partenza vanno attribuiti alla loro fonte ministeriale. Soglie, elaborazione, visualizzazioni e proiezioni sono nostre.
In fondo a ogni inchiesta c'è la formula di citazione già pronta, con i fatti principali e i numeri che li reggono. La data va citata insieme al numero: un dato sulla scuola invecchia in un anno scolastico, e una cifra sui tetti di spesa senza l'anno a cui si riferisce diventa sbagliata da sola.
Se un nostro numero riguarda la tua scuola e non torna, scrivici. Indica l'istituto, la classe, l'importo che vedi e la pagina in cui l'hai visto: lo verifichiamo sulla fonte ministeriale. Se l'errore è nostro, la correzione è pubblica e la pagina lo dichiara.
Allo stesso indirizzo si può chiedere un'elaborazione su una singola provincia o su un singolo comune, se serve un taglio che in pagina non pubblichiamo.