Otto docenti su dieci sono donne. E il divario cresce
Nel 2024/25 l'82,2% dei docenti di ruolo della scuola statale è donna: 608.175 insegnanti contro 131.406 uomini. Dieci anni prima la quota era dell'82,7%. In un decennio gli uomini in cattedra sono aumentati di 4.214, e tra i docenti più giovani le donne sono il 74,3%. Il futuro della scuola è già scritto, e ha un solo sesso.
Abbiamo letto 10 anni di dati ufficiali del Ministero dell'Istruzione e del Merito, dal 2015/16 al 2024/25: 77.010 righe su docenti di ruolo, supplenti, personale ATA di ruolo e ATA precario, in ogni provincia, per ordine di scuola, tipo di posto, fascia d'età e genere. Abbiamo contato gli uomini e le donne in cattedra anno per anno, li abbiamo seguiti dall'infanzia alle superiori, dai più giovani ai più anziani, dal Nord al Sud. Poi abbiamo confrontato ogni provincia con se stessa dieci anni prima e abbiamo proiettato la curva al 2029/30. Questa è la fotografia del posto di lavoro più femminile d'Italia, e della fuga silenziosa degli uomini dall'insegnamento.
Otto su dieci: la fotografia di una scuola senza uomini
Entra in una sala insegnanti alle otto meno dieci di un lunedì di ottobre. Le tazzine del caffè, i registri, il calendario delle supplenze appeso con lo scotch. Conta le persone. Se la scuola è una qualsiasi delle scuole statali italiane, su dieci teste che vedi otto su dieci sono di donne. Se è una scuola dell'infanzia, gira lo sguardo quanto vuoi: un uomo, forse, e spesso è il bidello. Questo è il primo dato, e da qui partono tutti gli altri.
Nel 2024/25 i docenti a tempo indeterminato della scuola statale sono 739.581. Le donne sono 608.175, gli uomini 131.406. La quota femminile è dell'82,2%: per ogni docente uomo ci sono 4,6 docenti donne. Dieci anni prima, nel 2015/16, la quota era dell'82,7% e il rapporto era di 4,8 donne per ogni uomo. In un decennio la quota è scesa di 0,5 punti. Sembra poco. Su un organico di 739.581 persone, ogni punto vale migliaia di cattedre.
Il luogo comune dice che la scuola è sempre stata femminile, quindi niente di nuovo. Il luogo comune ha ragione a metà. La scuola era già femminile nel 2015/16, ed è vero. Quello che il luogo comune si perde è la direzione: la curva sale. In 3 anni su 9 la quota di donne è cresciuta rispetto all'anno precedente, dal minimo dell'82,2% del 2023/24 al massimo dell'83,2% del 2020/21. Un posto di lavoro che era già sbilanciato si è sbilanciato ancora, e senza che nessuno lo abbia deciso.
Leggi la linea da sinistra a destra. Parte dall'82,7% e arriva all'82,2%. Il passo è lento, quasi impercettibile da un anno all'altro, ed è proprio questo il punto: una tendenza che avanza di qualche decimo ogni settembre passa sotto ogni radar, sotto ogni riforma, sotto ogni tavolo sindacale. Nessuno convoca una riunione per un decimo di punto. Ma dieci settembre dopo, il decimo è diventato 0,5 punti, e la scuola ha cambiato faccia senza che nessuno se ne accorgesse.
Per capire la scala, prova a tradurla in persone. Se la quota di donne fosse rimasta quella del 2015/16, con l'organico di oggi gli uomini sarebbero circa 127.948. Sono 131.406. La differenza, 3.458 cattedre, è il prezzo di dieci anni di deriva. Riempirebbe le sale insegnanti di un'intera regione media.
Ordine per ordine: all'infanzia i maestri sono scomparsi
La media nazionale è una coperta che copre quattro scuole diverse. Sollevala e sotto trovi una scala. All'infanzia le donne sono il 99,2%, alla primaria il 96,0%, alle medie il 77,2%, alle superiori il 66,6%. Più i bambini sono piccoli, meno uomini incontrano. Alle superiori la presenza maschile resiste, alle medie si assottiglia, alla primaria diventa un'eccezione e all'infanzia sparisce.
Fermati sul primo gradino. Nel 2024/25 i maestri uomini di ruolo nella scuola dell'infanzia statale sono 717 in tutta Italia, su 85.295 docenti. Fai il conto: lo 0,8%, uno su 125. Con 104 province, tocca in media 6,9 maestri per provincia, spalmati su centinaia di plessi. Un bambino di tre anni che entra oggi in una scuola dell'infanzia statale ha una probabilità vicina allo zero di avere un maestro. Uscirà a sei anni senza averne mai visto uno, entrerà alla primaria dove gli uomini sono il 4,0%, e con un po' di fortuna incontrerà il primo insegnante maschio alle medie, verso gli undici anni. Otto anni di scuola, un'intera infanzia, con un solo modello adulto in cattedra.
Il grafico è una scala con quattro gradini, e il gradino più alto è quello dei bambini più piccoli. C'è una logica storica: la cura dei piccoli è stata per un secolo "cosa da donne", la maestra d'asilo è una figura femminile nell'immaginario collettivo, e i concorsi per l'infanzia attirano candidature quasi esclusivamente femminili. Ma la storia spiega il punto di partenza, mica la direzione. Perché, se il dato dell'infanzia fosse solo un'eredità del passato, dovremmo vederlo lentamente correggersi, con la società che cambia. I dieci anni di serie dicono il contrario.
Quattro linee, e in uno ordine su quattro la quota di donne è più alta di dieci anni fa. In dieci anni è cambiata così, ordine per ordine, in punti percentuali: Infanzia -0,1, Primaria -0,3, Medie -0,8, Superiori +0,9. La crescita più forte è alle superiori, +0,9 punti. Guarda soprattutto la linea delle superiori: è l'ultimo ordine in cui gli uomini contano ancora qualcosa, e anche lì la curva punta verso l'alto, +0,9 punti. Quando anche il liceo e l'istituto tecnico avranno la composizione della primaria, il percorso scolastico di un ragazzo italiano sarà, dai tre ai diciannove anni, un percorso quasi interamente affidato a docenti donne.
Mettiamo subito una cosa in chiaro, perché su questo tema le parole scivolano facilmente. Le docenti fanno il loro lavoro, e lo fanno in condizioni che chiunque abbia messo piede in un'aula conosce: classi numerose, stipendi fermi, burocrazia che cresce ogni anno. Il problema di questa inchiesta sono gli uomini che mancano, mai le donne che ci sono. Quando un bambino cresce senza un maestro, la responsabilità è di un sistema che ha reso l'insegnamento un mestiere in cui gli uomini smettono di entrare. Le colleghe che restano in aula tengono in piedi la scuola. Questo va scritto prima di ogni numero.
Le nuove leve: il futuro è ancora più femminile
Se vuoi sapere che faccia avrà la scuola tra vent'anni, guarda chi ha meno di 34 anni oggi. Sono i docenti che resteranno in cattedra fino al 2055 e oltre. E qui il dato smette di essere una fotografia del passato e diventa una previsione. Tra i docenti di ruolo sotto i 34 anni le donne sono il 74,3%. Tra quelli sopra i 54, cioè la generazione che sta andando in pensione, sono l'82,8%. La differenza tra chi entra e chi esce è di 8,5 punti, e per una volta va nella direzione opposta.
Le barre raccontano un ricambio a senso unico. Ogni docente che va in pensione viene sostituito, quando viene sostituito, da qualcuno che con probabilità più alta è donna. Il meccanismo funziona come una pompa: ogni ciclo di pensionamenti e assunzioni spinge la quota femminile un po' più su, senza che nessuno abbia mai preso una decisione in questo senso. I concorsi sono aperti a tutti. Le graduatorie sono neutre. Eppure il risultato, anno dopo anno, è sempre lo stesso.
Le due ciambelle sono la scuola di ieri e la scuola di domani. Tra gli over 54, gli uomini sono 54.688 su 317.377, il 17,2%. Tra gli under 34 sono 10.613 su 41.299, il 25,7%. Quando la generazione degli over 54 sarà uscita del tutto, entro pochi anni, porterà via con sé la fetta di uomini più consistente che la scuola abbia ancora. Chi la sostituirà ha già la composizione della ciambella di sinistra. Anche se da domani i concorsi assumessero metà uomini e metà donne, ci vorrebbero decenni per tornare alla proporzione di dieci anni fa. E i concorsi, lo vedremo, assumono con tutt'altra proporzione.
C'è un dettaglio che rende il quadro più netto. Nel 2015/16 la quota di donne tra gli under 34 era dell'89,2%. Oggi è del 74,3%: la quota tra i giovani è scesa di 14,9 punti in dieci anni. La pompa di cui parlavamo accelera. Ogni nuova ondata di assunzioni è più femminile della precedente, e la scuola che ne uscirà tra vent'anni sarà, se nessuno interviene, un luogo dove un insegnante uomo è una curiosità da raccontare a casa.
L'emorragia maschile: 4.214 uomini in più in dieci anni
Finora abbiamo parlato di quote. Le quote possono ingannare: una quota di donne che sale può nascondere uomini che restano fermi mentre le donne aumentano, oppure uomini che escono dalla porta. Per capire quale delle due cose sta succedendo bisogna contare gli uomini in valore assoluto, uno per uno, anno per anno. Nel 2015/16 i docenti uomini di ruolo erano 127.192. Nel 2024/25 sono 131.406. Il saldo è di 4.214 uomini in più, una crescita del 3,3%. Nello stesso periodo le donne sono aumentate di 1.722, una crescita dello 0,3%.
La linea parla da sola: il punto più alto è nel 2024/25, con 131.406 uomini in cattedra, e da lì al 2024/25 il saldo è di 0 uomini in più. Ogni pensionamento maschile lascia una cattedra, ogni cattedra viene rioccupata da chi vince un concorso, e chi vince un concorso è nella grande maggioranza dei casi una donna. Il rubinetto in entrata gocciola uomini, lo scarico in uscita li porta via a secchiate. In un'azienda privata un reparto che perde 4.214 persone di un solo sesso in dieci anni farebbe scattare un'indagine interna. Nella scuola italiana fa notizia una volta all'anno, il giorno della pubblicazione dei dati, e poi sparisce.
Gli uomini sono cresciuti invece in: Medie (+2.063), Superiori (+1.455), Primaria (+604), Infanzia (+92). Attenzione a questa crescita: va letta insieme alla quota, perché se nello stesso ordine le donne sono cresciute più in fretta, il divario si è allargato lo stesso. Il grafico mette in fila le quattro coppie di barre e in ogni coppia la barra scura, quella di oggi, racconta la stessa storia con intensità diverse.
Fermati un attimo sull'aritmetica, perché è la chiave di tutto. La scuola statale ha assunto a ruolo, nel decennio, centinaia di migliaia di docenti, tra piani straordinari e concorsi ordinari. Se anche solo un terzo di quelle assunzioni fosse stato maschile, la linea degli uomini sarebbe salita. È scesa. Vuol dire che gli uomini che entrano sono meno degli uomini che escono per pensione, e che la scuola, come datore di lavoro, ha smesso di attirare una metà della popolazione. Un mestiere che perde in dieci anni 4.214 lavoratori di un solo sesso ha un problema di attrattività che nessuna campagna sul "valore dell'insegnamento" può risolvere da sola.
Sostegno e precariato: dove gli uomini resistono
Ci sono due angoli della scuola in cui la composizione per genere prende una piega diversa, e meritano uno sguardo da vicino perché raccontano da dove passano gli uomini che ancora entrano. Il primo è il sostegno. Nel 2024/25 i docenti di ruolo su posto di sostegno sono 110.044, e le donne tra loro sono l'84,8%. Sul posto comune la quota è dell'81,8%. La distanza tra i due è di 3,0 punti, con il sostegno più femminile del posto comune.
Il sostegno è la porta di servizio della scuola: per molti docenti è il primo ingresso in ruolo, perché i posti di sostegno sono tanti, crescono ogni anno con le certificazioni, e le graduatorie scorrono più in fretta. Se gli uomini che entrano nella scuola passassero in modo sproporzionato da quella porta, vedremmo sul sostegno una quota maschile più alta. I dati dicono che sul sostegno gli uomini sono il 15,2% contro il 18,2% sul posto comune: la porta di servizio è donna quanto l'ingresso principale, se non di più. Chi lavora sul sostegno sa che è il posto più faticoso della scuola e uno dei meno riconosciuti, e la composizione per genere di quel posto dice molto su quale lavoro, nella scuola, resta a chi ha meno alternative.
Il secondo angolo è il precariato. La domanda è semplice: tra i supplenti, cioè tra chi entra nella scuola senza ancora un posto fisso, ci sono più uomini o più donne rispetto ai titolari? Se i supplenti fossero più maschili dei titolari, potremmo dire che gli uomini stanno tornando e che la quota tra i titolari si riequilibrerà da sola quando i precari verranno stabilizzati. Se invece i supplenti sono altrettanto o più femminili, il precariato è solo la sala d'attesa della stessa scuola.
La risposta è nelle barre. Tra i supplenti le donne sono il 78,5%, tra i titolari l'82,2%: 3,7 punti di differenza, a favore dei titolari. Tra i supplenti sotto i 34 anni, cioè le vere nuove leve, quelle che tra qualche anno chiederanno il ruolo, le donne sono il 74,2%. Un piccolo segnale di ritorno, da leggere con prudenza: la differenza è di pochi punti, e i supplenti sono anche i primi a lasciare la scuola quando trovano un lavoro pagato meglio. I dati sui supplenti degli ultimi due anni provengono da un dataset ministeriale diverso dai precedenti, come spieghiamo nella nota metodologica, e per questo li usiamo per la fotografia dell'ultimo anno e con cautela per il confronto nel tempo.
Anche fuori dall'aula: il personale ATA
Finora abbiamo guardato la cattedra. Ma la scuola è fatta anche di chi apre il cancello alle sette e mezza, di chi timbra i certificati in segreteria, di chi tiene in ordine il laboratorio di chimica. Il personale ATA, amministrativo, tecnico e ausiliario, è l'altra metà della scuola, quella che gli studenti vedono ogni giorno e i giornali mai. Nel 2024/25 gli ATA di ruolo della scuola statale sono 179.295, e le donne tra loro sono il 69,7%. Dieci anni prima erano il 68,4%: la quota è salita di 1,3 punti.
Il personale ATA è meno femminile dei docenti: 12,5 punti sotto la quota della cattedra. Anche qui, però, guarda le fasce d'età: tra gli ATA sotto i 34 anni le donne sono il 57,4%, tra quelli sopra i 54 il 71,2%. Tra gli ATA la generazione in entrata è meno femminile di quella in uscita, un segnale in controtendenza rispetto alla cattedra. Il lavoro di collaboratore scolastico, con il suo stipendio da fondo della scala pubblica, è stato per decenni uno dei pochi impieghi statali accessibili senza laurea, e questo spiega una parte della sua composizione. Tra gli ATA precari, quelli con contratto a tempo determinato, le donne sono il 68,2%.
Due linee, due mestieri diversissimi, e una tendenza che si somiglia. La scuola nel suo insieme, dentro e fuori dall'aula, è un luogo di lavoro in cui gli uomini sono una minoranza che si restringe. Questo ha un peso che va oltre la statistica del personale. Per un bambino, la scuola è il primo luogo pubblico che frequenta ogni giorno, il primo posto dove impara come funziona il mondo degli adulti fuori dalla famiglia. Se in quel mondo gli adulti sono quasi tutte donne, dalla maestra alla bidella alla segretaria, il bambino impara anche questo: che l'educazione, la cura, l'attenzione ai piccoli sono cose che fanno le donne. Lo impara senza che nessuno glielo dica. E lo porterà con sé quando, a vent'anni, deciderà se fare l'insegnante.
La mappa: le province più femminili e quelle con più uomini
Scendi dalla media nazionale alle province, e la coperta si alza di nuovo. A Piacenza le donne sono l'85,5% dei docenti di ruolo: 2.697 insegnanti donne e 457 uomini, uno su sette. A Agrigento, la provincia con più uomini d'Italia, la quota femminile è del 76,9% e gli uomini sono 1.482 su 6.409. Tra le due province ci sono 8,6 punti. Delle 104 province con dati, 2 superano l'85% di donne, 91 superano l'80%, e solo 0 restano sotto il 75%.
Sul podio Piacenza (85,5%), Lodi (85,3%) e Terni (84,9%). Delle quindici province più femminili, 10 sono al Nord, 3 al Centro e 2 al Sud e nelle Isole: la parte del Paese che pesa di più in questa classifica è il Nord. Se vivi in una di queste province e hai un figlio alla primaria, la probabilità che abbia un maestro uomo nel suo consiglio di classe è vicina a quella di trovare un posto libero al parcheggio della scuola alle otto e venticinque.
Le province con più uomini sono Agrigento (23,1% di uomini), Vibo Valentia (22,0%) e Caltanissetta (21,8%). Anche nella provincia "migliore" gli uomini restano una minoranza netta: la barra più lunga del grafico vale meno della metà della scala. Delle quindici province con più uomini, 3 sono al Nord, 0 al Centro e 12 al Sud e nelle Isole. La geografia qui dice qualcosa sul mercato del lavoro: dove le alternative all'insegnamento sono più scarse, più uomini restano o entrano nella scuola; dove l'industria, i servizi e le professioni pagano meglio, gli uomini con una laurea vanno altrove e la cattedra resta a chi ha un altro calcolo da fare, spesso legato alla conciliazione con la famiglia. Il che, detto in altri termini, significa che la scuola compete sul mercato del lavoro con uno stipendio che perde.
Dieci anni dopo: provincia per provincia, da Nord a Sud
La classifica dice dove siamo. Il confronto nel tempo dice dove stiamo andando, e a che velocità. Abbiamo preso ogni provincia e l'abbiamo messa accanto a se stessa dieci anni prima: quota di donne nel 2015/16 e quota di donne nel 2024/25. Le province confrontabili sono 102. In 38 la quota di donne è salita, in 57 è scesa, in 7 è rimasta identica al decimo di punto. In 37 province su 102 gli uomini in cattedra, in valore assoluto, sono meno di dieci anni fa.
La provincia che ha cambiato faccia più in fretta è Belluno: dal 79,1% all'80,6%, +1,5 punti in dieci anni, con gli uomini di ruolo passati da 523 a 442. Le dieci province con la crescita maggiore della quota femminile sono: Belluno (+1,5), Fermo (+1,4), Nuoro (+1,3), Potenza (+1,2), Oristano (+1,2), Catanzaro (+1,1), L'Aquila (+1,0), Lecce (+1,0), Treviso (+1,0), Rovigo (+1,0). All'estremo opposto Prato, dove la quota è scesa di 4,3 punti, dall'85,1% all'80,8%, insieme ad altre 9 province in cui gli uomini hanno recuperato terreno. Il fascio di linee del grafico pende verso l'alto quasi ovunque, e questo è il dato che pesa di più: si tratta di una tendenza nazionale, che tocca province ricche e povere, grandi e piccole, di pianura e di montagna. Le eccezioni sono poche e piccole.
Nord all'82,5%, Centro all'83,4%, Sud e Isole all'81,4%. La parte più femminile del Paese è il Centro, quella con più uomini il Sud con le Isole, con 2,0 punti di distanza. In dieci anni la crescita più forte è al Sud e nelle Isole, -0,1 punti. Gli uomini in cattedra sono aumentati di 1.941 al Nord, aumentati di 1.255 al Centro e aumentati di 2.716 al Sud e nelle Isole. La distanza tra le tre aree dice che il mercato del lavoro locale conta, ma la direzione comune dice che il problema sta a monte: nel modo in cui il Paese paga e considera chi insegna.
Perché gli uomini lasciano la cattedra
Qui i dati del Ministero si fermano e comincia il ragionamento. Ma il ragionamento ha fondamenta solide, e va costruito con calma, perché la spiegazione facile ("gli uomini preferiscono altri lavori") descrive il fenomeno senza spiegarlo. La domanda giusta è: perché un laureato in matematica, in lettere, in ingegneria, sceglie l'insegnamento a ventotto anni? E perché una laureata con lo stesso titolo lo sceglie più spesso?
La prima risposta si chiama stipendio. Un docente italiano a inizio carriera guadagna, al netto, meno di molti lavori che richiedono lo stesso titolo di studio, e l'aumento nel corso della carriera è tra i più piatti d'Europa. Un ingegnere, un informatico, un economista che entra in azienda parte da una cifra simile e dopo dieci anni la ha quasi raddoppiata. Chi entra in cattedra dopo dieci anni ha guadagnato pochi scatti e un'inflazione mai recuperata per intero. In una società che continua a chiedere agli uomini, più che alle donne, di essere il primo reddito della famiglia, questa differenza pesa in modo asimmetrico. Chi si sente addosso l'aspettativa di "portare a casa" sceglie il lavoro che paga di più. Ed è così che lo stipendio, che sulla carta è uguale per tutti, seleziona i sessi in modo diverso.
La seconda risposta si chiama prestigio. Per decenni, l'insegnante era un notabile del paese, uno che sapeva, che veniva salutato per strada, che aveva un'autorità riconosciuta. Quel prestigio si è consumato, un po' per l'allargamento dell'istruzione, un po' per una lunga stagione di racconto pubblico in cui l'insegnante è diventato il fannullone con tre mesi di vacanza, il precario lamentoso, il bersaglio delle chat dei genitori. Un mestiere che perde prestigio perde prima gli uomini, perché il prestigio, ancora oggi, pesa più nel calcolo maschile della scelta professionale. La sociologia lo chiama "svalutazione per femminilizzazione": quando una professione diventa a maggioranza femminile, la società la paga meno e la considera meno, e questo a sua volta allontana gli uomini. Un cerchio che si chiude su se stesso.
La terza risposta si chiama conciliazione, e va detta senza ipocrisia. L'orario di cattedra, le vacanze coincidenti con quelle dei figli, la possibilità di lavorare vicino a casa: la scuola offre condizioni che rendono possibile tenere insieme lavoro e famiglia. In un Paese in cui il lavoro di cura resta in larga parte sulle spalle delle donne, questa caratteristica attira le donne più degli uomini. Che è un modo per dire che la scuola sta pagando, con la sua composizione, l'assenza di politiche per la famiglia che dovrebbero riguardare tutti i lavori e tutti i sessi.
La quarta risposta è la più scomoda, perché riguarda i bambini. Un maestro uomo all'infanzia o alla primaria è guardato con sospetto. Dal genitore che chiede "ma è normale?", dal collega che si domanda perché un uomo voglia stare con i bambini piccoli, da una cultura che ha fatto della vicinanza tra un adulto maschio e un bambino un sospetto in sé. Nessuna statistica misura questo sospetto, ma chiunque abbia conosciuto un maestro d'asilo uomo sa che esiste, ed è un muro che le donne in quel mestiere non incontrano. Un muro invisibile, che spiega perché all'infanzia gli uomini di ruolo in tutta Italia siano 717.
Mettile in fila: stipendio, prestigio, conciliazione, sospetto. Quattro forze che spingono tutte nella stessa direzione e che, sommate, producono la curva che hai visto nel primo grafico. Ognuna delle quattro è una scelta politica, presa o mancata, e ognuna si può invertire.
Previsione 2025-2030: cosa dicono i numeri se il trend continua
Le previsioni che seguono nascono dai dieci anni di dati del Ministero, senza ipotesi esterne. Per ogni indicatore abbiamo applicato tre metodi: la retta di tendenza dell'intero decennio, il tasso di variazione composto tra primo e ultimo anno, e l'inerzia degli ultimi cinque anni. Il valore centrale è la mediana dei tre; la banda colorata mostra il minimo e il massimo. Quando i tre metodi convergono, la previsione è solida. Quando divergono, la banda si allarga e lo diciamo.
| Anno | Scenario basso | Centrale | Scenario alto |
|---|---|---|---|
| 2024/25 (dato reale) | 82,2% | ||
| 2025/26 | 82,1% | 82,1% | 82,5% |
| 2026/27 | 81,9% | 82,1% | 82,4% |
| 2027/28 | 81,8% | 82,0% | 82,4% |
| 2028/29 | 81,6% | 82,0% | 82,3% |
| 2029/30 | 81,5% | 81,9% | 82,3% |
Se la curva degli ultimi dieci anni prosegue, nel 2029/30 la quota di donne tra i docenti titolari resta ferma all'81,9%. La forchetta tra i tre metodi va dall'81,5% all'82,3%. Tradotto: otto su dieci docenti di ruolo saranno donne, e in una scuola con cinquanta insegnanti gli uomini si conteranno sulle dita di due mani. Affidabilità bassa: la serie storica è irregolare o i metodi divergono molto: il valore centrale è indicativo.
| Anno | Scenario basso | Centrale | Scenario alto |
|---|---|---|---|
| 2024/25 (dato reale) | 131.406 | ||
| 2025/26 | 125.209 | 131.883 | 133.245 |
| 2026/27 | 125.294 | 132.361 | 135.085 |
| 2027/28 | 125.378 | 132.841 | 136.924 |
| 2028/29 | 125.463 | 133.323 | 138.764 |
| 2029/30 | 125.547 | 133.807 | 140.603 |
Se la tendenza prosegue, nel 2029/30 gli uomini con una cattedra di ruolo salgono a 133.807: 2.401 in più rispetto ai 131.406 del 2024/25 (+1,8%). La forchetta tra i tre metodi va da 125.547 a 140.603. Un rimbalzo, dopo anni di uscite: da leggere insieme alla quota, perché se le donne crescono più in fretta il divario continua ad allargarsi. Affidabilità bassa: la serie storica è irregolare o i metodi divergono molto: il valore centrale è indicativo.
| Anno | Scenario basso | Centrale | Scenario alto |
|---|---|---|---|
| 2024/25 (dato reale) | 66,6% | ||
| 2025/26 | 66,6% | 66,7% | 66,8% |
| 2026/27 | 66,7% | 66,8% | 66,9% |
| 2027/28 | 66,7% | 66,9% | 67,0% |
| 2028/29 | 66,8% | 67,0% | 67,1% |
| 2029/30 | 66,8% | 67,1% | 67,2% |
Le superiori sono l'ultimo ordine in cui gli uomini contano ancora qualcosa in sala insegnanti. Se la tendenza prosegue, nel 2029/30 la quota di donne alle superiori sale al 67,1% (+0,5 punti rispetto al 2024/25). La forchetta tra i tre metodi va dal 66,8% al 67,2%. Vuol dire che anche un liceo o un istituto tecnico avranno circa sette su dieci docenti donne: la fascia in cui i ragazzi incontrano ancora professori uomini si assottiglia proprio negli anni in cui l'identità maschile adolescente cerca modelli adulti. Affidabilità media: la tendenza è riconoscibile ma i tre metodi divergono in parte.
| Anno | Scenario basso | Centrale | Scenario alto |
|---|---|---|---|
| 2024/25 (dato reale) | 74,3% | ||
| 2025/26 | 71,3% | 72,7% | 72,8% |
| 2026/27 | 69,5% | 71,1% | 71,3% |
| 2027/28 | 67,7% | 69,4% | 69,9% |
| 2028/29 | 65,9% | 67,8% | 68,5% |
| 2029/30 | 64,1% | 66,2% | 67,1% |
Questo è l'indicatore che decide il futuro, perché i docenti sotto i 34 anni di oggi sono la sala insegnanti del 2050. Se la tendenza prosegue, nel 2029/30 la quota di donne tra i titolari under 34 scende al 66,2% (-8,1 punti rispetto al 2024/25). La forchetta tra i tre metodi va dal 64,1% al 67,1%. Ogni concorso che assume con questa proporzione sostituisce una generazione mista con una generazione quasi interamente femminile. La demografia del corpo docente si decide nei prossimi cinque anni di immissioni in ruolo, e i numeri dicono da che parte pende. Affidabilità alta: i tre metodi convergono e la serie storica segue una tendenza regolare.
Come leggere queste previsioni: sono proiezioni della tendenza, con i concorsi, le regole pensionistiche e la demografia che si comportano come negli ultimi dieci anni. Ogni intervento serio della politica le sposta. È esattamente il punto: i numeri dicono dove si arriva senza fare niente.
Che cosa cambia, per chi legge, se queste curve vanno dove dicono i numeri. Per un genitore, significa che il figlio nato quest'anno frequenterà una scuola in cui gli uomini in cattedra saranno circa 18,1% del totale già nel 2029/30, e ancora meno quando arriverà alle superiori. Significa che la domanda "mio figlio avrà mai un maestro?" avrà una risposta, e sarà no. Per un docente, significa lavorare in un ambiente sempre più omogeneo, che dal punto di vista della qualità del lavoro può essere un vantaggio o uno svantaggio, ma che dal punto di vista della rappresentanza è un problema: un corpo docente al 81,9% femminile, pagato come il corpo docente di oggi, è la prova che il Paese ha accettato di pagare poco un lavoro perché lo fanno le donne.
Per la politica, significa che il tempo per intervenire è adesso, perché la demografia del corpo docente si decide nelle immissioni in ruolo dei prossimi cinque anni, quelle che sostituiranno la generazione degli over 54. Se le nuove assunzioni continueranno ad avere il 66,2% di donne, come dice la proiezione sugli under 34, la scuola del 2050 è già decisa oggi. Le province che sentiranno per prime l'effetto sono quelle in cima alla classifica di questa inchiesta, Piacenza e Lodi in testa, e quelle dove la quota è cresciuta più in fretta nell'ultimo decennio, con Belluno davanti a tutte. Lì la sala insegnanti senza uomini è già una realtà, e la proiezione descrive solo quanto il resto del Paese ci metterà a raggiungerle.
Cosa succederà, cosa chiediamo
Ecco la previsione, con i numeri alla mano. Nei prossimi cinque anni la generazione degli over 54, che oggi conta 317.377 docenti di ruolo di cui 54.688 uomini, uscirà dalla scuola. Al suo posto entreranno docenti con la composizione delle nuove leve: il 74,3% di donne. Il risultato aritmetico è una quota femminile che continua a salire, verso l'81,9% del 2029/30, e un numero di uomini in cattedra che continua a scendere, verso 133.807. All'infanzia e alla primaria il maestro uomo diventerà un ricordo. Alle medie una rarità. Alle superiori, ancora una minoranza, ma sempre più sottile.
Cosa chiediamo. Al Ministero chiediamo di pubblicare ogni anno, insieme ai dati, un obiettivo: quale composizione per genere vuole per la scuola statale e con quali strumenti conta di raggiungerla. Oggi la femminilizzazione avanza senza che nessuno l'abbia scelta e senza che nessuno se ne dichiari responsabile, e questo è il modo peggiore in cui un fenomeno può accadere. Chiediamo una revisione degli stipendi che parta da una domanda semplice: quanto guadagna un laureato con lo stesso titolo fuori dalla scuola, e quanto vale la distanza. Chiediamo campagne di orientamento rivolte agli studenti maschi delle superiori e dell'università, che raccontino l'insegnamento all'infanzia e alla primaria come un mestiere per uomini quanto per donne, perché nessun ragazzo sceglie un lavoro che ha visto fare solo da donne per tutta la sua vita. Chiediamo, infine, che il sospetto verso i maestri uomini venga nominato e combattuto, con la stessa energia con cui si combattono gli altri pregiudizi.
Ai dirigenti scolastici chiediamo di guardare la composizione del proprio collegio docenti e di dirla ai genitori, in chiaro, alla prima assemblea. Ai genitori chiediamo di fare la domanda: quanti uomini insegnano in questa scuola, e perché così pochi? Alle docenti, che sono la spina dorsale della scuola italiana, chiediamo di leggere questa inchiesta per quello che è: la denuncia di un sistema che ha reso il loro mestiere poco attraente per una metà del Paese, e che paga poco il loro lavoro proprio perché lo fanno loro. A chi fa politica chiediamo di prendere questi numeri prima del prossimo contratto e prima del prossimo concorso. Le curve hanno una direzione, e la direzione ha dei responsabili.
Questi dati appartengono al Ministero dell'Istruzione e del Merito. Sono pubblici. Sono lì da anni, divisi per genere in ogni riga, e nessuno li aveva mai messi in fila dall'infanzia alle superiori, provincia per provincia, per dieci anni. L'Osservatorio Fides Docet li ha raccolti, incrociati e raccontati perché crediamo che rendere visibili i numeri sia il primo passo per cambiare le cose. Il secondo passo spetta a chi ha il potere di firmare un contratto.
L'inchiesta usa quattro dataset pubblicati dal Ministero dell'Istruzione e del Merito sul portale dati.istruzione.it con licenza IODL 2.0, per gli anni scolastici dal 2015/16 al 2024/25 (10 anni):
- "Docenti a tempo indeterminato. Scuola statale" (DOCTIT): docenti titolari per anno scolastico, provincia, ordine di scuola, tipo di posto, fascia d'età e genere. 32.765 righe. È la base di tutte le analisi sulla cattedra.
- "Docenti a tempo determinato. Scuola statale" (DOCSUP, e DOCSUPXXV per gli ultimi due anni): docenti supplenti con le stesse dimensioni. 32.333 righe. Usato per il confronto titolari/supplenti.
- "Personale ATA a tempo indeterminato. Scuola statale" (ATATIT): personale amministrativo, tecnico e ausiliario di ruolo per anno, provincia, fascia d'età e genere. 4.153 righe.
- "Personale ATA a tempo determinato. Scuola statale" (ATASUP): personale ATA precario, stesse dimensioni. 7.759 righe.
- Quote. La quota di donne è il rapporto tra donne e totale (uomini più donne) del perimetro indicato in ogni grafico. I delta sono differenze in punti percentuali tra il primo e l'ultimo anno disponibile. I confronti tra generazioni usano le fasce d'età del Ministero: fino a 34, da 35 a 44, da 45 a 54, oltre 54.
- Personale ATA. Il Ministero pubblica il dato ATA per provincia e fascia d'età, senza ordine di scuola. Le analisi sugli ATA sono quindi aggregate su tutta la scuola statale.
- Supplenti. I dati sui docenti supplenti del 2023/24 e del 2024/25 provengono da un dataset ministeriale con definizione diversa (DOCSUPXXV). Per questo il confronto titolari/supplenti è presentato come fotografia dell'ultimo anno, e la serie decennale dei supplenti va letta con cautela intorno al passaggio tra 2022/23 e 2023/24.
- Province. Le province sono quelle del dataset ministeriale (maiuscolo, con apostrofi); le etichette usano il nome ufficiale della tabella delle province italiane, con una tabella di alias per le denominazioni variabili. Le province presenti in uno solo dei due anni di confronto (7 casi) restano fuori dal confronto decennale. Trento, Bolzano e la Valle d'Aosta gestiscono il proprio personale e possono risultare assenti o parziali.
- Macro-aree. Nord: Piemonte, Valle d'Aosta, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Emilia-Romagna. Centro: Toscana, Umbria, Marche, Lazio. Sud e Isole: tutte le altre regioni.
- Previsioni. Tre metodi (retta di tendenza, tasso composto, inerzia degli ultimi cinque anni), valore centrale uguale alla mediana, banda tra minimo e massimo. Le quote sono vincolate tra 0 e 100, i conteggi a valori non negativi. Sono proiezioni della tendenza, senza ipotesi su concorsi o riforme.
- Lettura. Ogni numero di questa pagina è calcolato dai dati al momento del caricamento. Il testo delle sezioni "Perché gli uomini lasciano la cattedra" e "Cosa chiediamo" è un'interpretazione dell'Osservatorio, distinta dai dati.
La sensazionalità di questa inchiesta passa da qui
Dall'analisi emergono alcuni fatti che pesano più degli altri. Li mettiamo in fila con i numeri che li reggono, perché chiunque possa verificarli e raccontarli con il proprio taglio. I dati di partenza sono pubblici, l'elaborazione è nostra, la storia la scrive chi legge.
Osservatorio Fides Docet, «Otto docenti su dieci sono donne. E il divario cresce», fidesdocet.com, 01/10/2026, elaborazione su dati del Ministero dell'Istruzione e del Merito (licenza IODL 2.0). https://www.fidesdocet.com/inchieste/scuola-e-donna
Prima di riprenderli: fonti, unità di analisi, soglie e i limiti dichiarati con la loro direzione stanno nella Metodologia. Se un numero riguarda la tua scuola e non torna, si può contestare: le segnalazioni con un riferimento preciso vengono verificate sulla fonte e le correzioni sono pubbliche.
Testi, cifre e grafici sono riproducibili citando «Osservatorio Fides Docet» con link all'inchiesta. I dati di partenza sono pubblici (Ministero dell'Istruzione e del Merito, licenza IODL 2.0); elaborazione, proiezioni e visualizzazioni sono dell'Osservatorio. Per confronti, repliche o dati aggiuntivi su una singola provincia, scrivici.
Questi numeri riguardano la scuola di tuo figlio e il lavoro di chi ci insegna. Se li trovi utili, condividili. Se sei un giornalista, usali. Se sei un politico, agisci.
Questa inchiesta può essere ripubblicata citando la fonte: Osservatorio Fides Docet (fidesdocet.com)